Burnout · · 6 minuti di lettura
I sintomi fisici del burnout, quando il corpo arriva prima
Molte persone arrivano a parlare di burnout passando prima dal medico, per un mal di testa che non se ne va, per lo stomaco che si chiude la domenica sera o per una stanchezza che nemmeno le ferie riescono a scalfire. Il corpo, spesso, si accorge prima della testa che qualcosa nel rapporto con il lavoro si è incrinato, e vale la pena imparare a leggere i suoi segnali senza sottovalutarli e senza trasformarli subito in una diagnosi.
I segnali che il corpo manda più spesso
Il più comune è una stanchezza che il riposo non tocca, per cui ci si sveglia già affaticati e il fine settimana serve appena a recuperare il minimo per ricominciare il lunedì. Accanto compare spesso il sonno disturbato, con la difficoltà ad addormentarsi perché la mente continua a lavorare, oppure i risvegli alle quattro del mattino con la lista delle cose da fare già in testa.
Poi ci sono i segnali che si scaricano sui punti deboli di ciascuno, come i mal di testa frequenti, le tensioni al collo, alle spalle e alla mandibola, i disturbi gastrointestinali che vanno dall'acidità al colon irritabile, il battito che accelera senza un motivo apparente. Molte persone notano anche di ammalarsi più spesso, con raffreddori e piccole infezioni che si susseguono, come se le difese fossero sempre un po' più basse del solito.
Nessuno di questi sintomi, preso da solo, dice burnout. A far pensare a un logoramento legato al lavoro è piuttosto il modo in cui si presentano insieme, il fatto che peggiorino nei giorni lavorativi e migliorino un poco quando si è lontani, e che si accompagnino a un cambiamento nel modo di vivere il lavoro stesso, più cinico, più distaccato, con la sensazione crescente di non essere più all'altezza.
Prima di tutto, il medico
Stanchezza, insonnia, palpitazioni e disturbi digestivi possono dipendere da molte cose che con il lavoro non c'entrano, come un problema alla tiroide, un'anemia o un disturbo del sonno, e attribuirli subito allo stress rischia di far passare in secondo piano qualcosa che va curato in altro modo. Per questo il primo passo, anche quando sei quasi sicuro che sia il lavoro, resta una visita dal medico di base e gli esami che ritiene utili.
Vale anche il contrario, perché esami tutti nella norma non vogliono dire che non hai niente. Vuol dire che il disagio che senti ha probabilmente un'origine diversa da quella organica, e che merita di essere ascoltato con la stessa serietà. Nella classificazione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità il burnout è descritto come un fenomeno legato al lavoro e non come una malattia, il che non lo rende meno reale ma ne indica la direzione, cioè il rapporto fra te e il contesto in cui lavori.
Che cosa può voler dire un corpo che si ferma
Nel mio modo di lavorare, che è psicoanalitico, un sintomo fisico senza una causa organica non viene liquidato come un fastidio da sopportare. Lo si prende come un messaggio, spesso il solo che riesce a passare quando tutti gli altri canali sono occupati a tenere il ritmo. C'è chi non si concederebbe mai un giorno di pausa, ma si ritrova a letto con la febbre ogni volta che un progetto finisce, ed è difficile non notare che il corpo sta chiedendo il permesso che la persona non riesce a chiedere.
Questo non significa che il sintomo sia immaginario, perché il mal di testa fa male davvero e lo stomaco brucia davvero. Significa che, accanto alle cure del caso, conviene chiedersi a che cosa stia rispondendo quel corpo, che cosa non riesce a essere detto in altro modo e da quanto tempo. Ne parlo più in generale nella pagina su burnout e stress da lavoro, dove trovi anche un test anonimo che ne guarda le tre dimensioni principali.
Burnout da lavoro, cosa fare
Dopo il medico, la cosa più utile è smettere di considerare questi segnali come il prezzo normale di un lavoro impegnativo. Molte persone convivono per mesi con quello che una volta si chiamava esaurimento nervoso da lavoro, aspettando che passi da solo, e intanto si abituano a una versione di sé più stanca e più chiusa che finisce per sembrare inevitabile. Riconoscere che c'è un problema è già un modo di tornare ad avere voce in capitolo.
Una psicoterapia, in questo senso, non serve a farti reggere meglio un carico che non è sostenibile. Serve a capire che cosa stia succedendo fra te e quel lavoro, se si tratta di un periodo particolare, di un contesto che andrebbe cambiato oppure di un modo di stare al lavoro che ti porti dietro ovunque, come la difficoltà a dire di no o la sensazione che il tuo valore vada guadagnato ogni giorno da capo.
Se il corpo ti sta mandando segnali seri, come dolori al petto, svenimenti o pensieri di farti del male, non aspettare e rivolgiti subito al medico o al 112.
Alberto Del Bove
Psicologo e psicoterapeuta a orientamento psicoanalitico, iscritto all'Ordine degli Psicologi del Lazio con il n. 23754, specializzato presso la SPS di Roma. Lavoro con adulti e coppie, online in tutta Italia e dall'estero e in studio a Itri (LT).