Quando il lavoro presenta il conto

Burnout e stress da lavoro

Conviene dire subito una cosa che cambia tutto il resto, e cioè che il burnout non è una debolezza individuale che capita alle persone fragili. L'Organizzazione Mondiale della Sanità lo classifica come fenomeno occupazionale, qualcosa che nasce dal rapporto fra una persona e un contesto di lavoro e non dentro la persona da sola.

Più che una consolazione è un cambio di domanda, da «cosa non va in me» a «cosa sta succedendo fra me e questo lavoro», e la seconda, a differenza della prima, ha delle risposte.

I tre segnali, e quello che nessuno guarda

Il burnout si riconosce da tre dimensioni che compaiono insieme. La prima è l'esaurimento, una stanchezza che il riposo non tocca, per cui si torna dalle ferie e dopo tre giorni si è al punto di prima. La seconda è il distacco, che rende cinici verso un lavoro che prima aveva un senso e verso le persone che ci stanno dentro, ed è la dimensione che fa più vergognare, perché sembra un difetto morale invece che un sintomo.

La terza è quella di cui si parla meno ed è la più informativa, la caduta del senso di efficacia, cioè la convinzione crescente di non essere più bravo, di non incidere, che quello che fai non serva. Di solito arriva per ultima e va via per prima quando le cose si rimettono a posto, e per questo, quando compare, dice che si è già andati avanti parecchio.

Lo si vede in dettagli minuscoli, come il fastidio della domenica sera che comincia a mezzogiorno, le email aperte e richiuse senza rispondere, la soddisfazione che non arriva più nemmeno quando una cosa riesce. Oppure nel pensiero ricorrente «se mi ammalassi un po', potrei fermarmi», che di solito somiglia più alla richiesta di un permesso che nessuno dà che a un desiderio di morte.

Ho scritto un test gratuito e anonimo che guarda esattamente queste tre dimensioni invece di sommarle in un unico punteggio. Richiede cinque minuti e le risposte non lasciano il tuo browser.

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Perché una vacanza non basta

Il riposo cura la fatica, mentre il burnout è l'esito di uno squilibrio prolungato fra quello che un lavoro chiede e quello che restituisce. E quello che restituisce va oltre lo stipendio, perché comprende il riconoscimento, il margine di controllo su come si fanno le cose, l'equità percepita e la possibilità di lavorare secondo i propri criteri professionali.

Qui la mia formazione clinica incontra quella organizzativa, ed è un incrocio che uso spesso, perché la letteratura sul lavoro descrive con precisione quello che in stanza si sente raccontare. Parla di contratto psicologico, l'insieme di aspettative non scritte fra una persona e la sua organizzazione, e di che cosa succede quando viene violato. Il danno maggiore, più che dalla fatica, viene dallo scoprire che i valori dichiarati non valgono quando costano.

Per chi fa un lavoro di cura questa violazione ha un peso particolare, perché quando l'organizzazione tradisce ciò che dichiara si vive un tradimento professionale più che un inadempimento contrattuale, e brucia in un modo diverso.

Cambiare lavoro, o cambiare posizione

A volte la risposta giusta è andarsene, e sarebbe disonesto girarci intorno, perché esistono organizzazioni insostenibili e resistere non è un merito. Un percorso psicologico non serve a farti sopportare l'insopportabile, e se qualcuno te lo propone in questi termini è il momento di alzarsi.

Vale però la pena tenere aperta anche l'altra possibilità, perché capita di cambiare azienda e ritrovare dopo otto mesi lo stesso identico copione, in cui si torna a essere la persona a cui tutti chiedono, quella che non riesce a dire di no e che si accorge di essere sfruttata solo quando è troppo tardi per protestare senza sembrare ingrata.

Quando succede, più di quale azienda scegliere conta chiedersi quale posizione tendo a occupare, e a che cosa mi serve occuparla. Spesso sotto c'è qualcosa di antico, come l'idea che il proprio valore vada guadagnato ogni giorno, che fermarsi sia una colpa o che chiedere sia un'esposizione pericolosa.

Non è né solo l'organizzazione né solo la persona, ma il modo in cui le due cose si incastrano, e quell'incastro si può guardare.

Se ti riconosci

Il primo colloquio, online o in studio a Itri, serve a capire insieme di che cosa si tratta, se di una fase, di un contesto da cambiare o di un copione che si ripete.

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Domande frequenti

Il burnout è una malattia?

L'OMS lo classifica come fenomeno occupazionale e non come malattia, perché è legato al contesto di lavoro. La distinzione conta, perché sposta lo sguardo da «cosa non va in me» a «cosa sta succedendo fra me e questo lavoro».

Come lo distinguo dalla stanchezza normale?

La stanchezza passa con il riposo, il burnout no. Il segnale più specifico, più della fatica, è il distacco, cioè l'essere diventati cinici verso un lavoro che prima aveva un senso.

Basta cambiare lavoro?

A volte sì, perché certe organizzazioni sono insostenibili e resistere non è un merito. Quando però lo stesso copione si ripete nel lavoro successivo, vale la pena capire quale posizione si tende ad assumere e a quale prezzo.

Riguarda solo chi fa lavori di cura?

È stato descritto lì per la prima volta, ma riguarda chiunque investa molto in ciò che fa. Il rischio nasce meno dal numero di ore che dalla distanza fra quello che il lavoro chiede e quello che restituisce.

Dott. Alberto Del Bove, Psicologo Psicoterapeuta, iscritto all'Ordine degli Psicologi del Lazio n. 23754 dal 2018. Specializzazione quadriennale in Psicoterapia Psicoanalitica (SPS, Roma, 2022); MSc in Strategic Human Resource Management.

Ultima revisione di questa pagina: 4 agosto 2026.

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