Per colleghi ed équipe

Supervisione clinica

Conviene stabilire un punto all'inizio, perché orienta tutto il resto: la supervisione non è un controllo di qualità sul lavoro di qualcun altro. È uno spazio in cui un caso può essere pensato da due teste invece che da una — e la seconda testa serve soprattutto a rendere visibile quello che dalla prima posizione non si può vedere.

Lo dico perché la parola porta con sé un'ombra gerarchica che nella pratica non corrisponde a niente. Chi supervisiona non sa di più sul caso: sta solo altrove, e da altrove si notano cose diverse.

Cosa porta, di solito, chi arriva

Raramente una domanda tecnica. Quasi sempre qualcosa che assomiglia a un impaccio: un paziente con cui il lavoro si è fermato senza che sia chiaro quando; una seduta da cui si esce ogni volta stanchi in un modo particolare; la sensazione, mai detta a nessuno, di provare fastidio per qualcuno che dovrebbe soltanto suscitare compassione.

Sono, questi, i materiali migliori. Perché la difficoltà con un paziente raramente è un errore di tecnica da correggere: molto più spesso è un'informazione. Quel fastidio, quella noia, quell'urgenza di dare consigli che di solito non si dà — dicono qualcosa della relazione, e quindi del paziente. Il lavoro della supervisione è trasformare quell'informazione da disturbo a strumento.

In pratica si parte da un racconto: cosa è successo, con quali parole, in quale ordine. Poi ci si ferma sui punti in cui il racconto si fa vago — e quasi sempre è lì che c'è qualcosa.

La supervisione di équipe

Con un gruppo di lavoro il campo si allarga, e cambia l'oggetto. Perché in un servizio quello che accade con gli utenti e quello che accade fra colleghi non sono due storie separate: molto spesso la seconda replica la prima senza che nessuno se ne accorga. Un'équipe che si divide su un caso sta a volte mettendo in scena la divisione del caso stesso.

Qui la mia doppia formazione — clinica e organizzativa — è un vantaggio concreto. Perché in un servizio i vincoli reali esistono: i turni, i numeri da produrre, le direttive che arrivano dall'alto, le risorse che non ci sono. Fare finta che il malessere di un'équipe sia solo questione di dinamiche relazionali, quando è anche una questione di organizzazione del lavoro, è un modo elegante di lasciare le cose come stanno.

Non è né solo clima né solo struttura. Tenere insieme le due letture è esattamente ciò che una supervisione può fare e una riunione di servizio, normalmente, no.

Cosa la supervisione non è

Non è terapia personale. Il funzionamento del supervisionato entra in gioco — è inevitabile, e anzi è necessario che accada — ma sempre in quanto strumento di lavoro, non come materiale da analizzare. Quando emerge qualcosa che chiede un altro spazio, lo dico e lo distinguo. Confondere i due piani non è generosità: è confusione di setting, e finisce per non servire a nessuno dei due scopi.

Non è valutazione. Non produco giudizi per terzi, non redigo relazioni per la direzione, non certifico l'operato di nessuno. Se un'organizzazione chiede una supervisione con quella funzione, sta chiedendo un'altra cosa e va detto prima di cominciare, non dopo.

Non è un corso. Non c'è un programma, e non c'è un modello da applicare al posto del proprio. Chi arriva con un orientamento diverso dal mio non deve convertirsi a niente: si lavora sul caso con gli strumenti di chi lo porta, e il mio contributo è una posizione diversa da cui guardarlo.

Come si organizza

La supervisione individuale è di solito quindicinale o mensile; quella di équipe mensile, con incontri più lunghi. La regolarità conta più della frequenza: una supervisione che si convoca solo quando c'è un'emergenza diventa gestione della crisi, che è utile ma è un'altra cosa.

Si lavora online o in presenza. Per la supervisione l'online funziona particolarmente bene — si lavora soprattutto sul racconto e sul pensiero che lo accompagna — e per le équipe permette di riunire persone che altrimenti non riuscirebbero a incontrarsi con costanza.

Onorario e cadenza si concordano prima di cominciare. Per le équipe preferisco un primo incontro conoscitivo con chi coordina, per capire cosa il servizio stia effettivamente chiedendo: non sempre coincide con quello che è scritto nella richiesta.

Domande frequenti

Che differenza c'è fra supervisione e terapia personale?

In supervisione l'oggetto è il lavoro clinico, non la storia di chi lo porta. Il proprio funzionamento entra in gioco, ma come strumento di lavoro. Quando emerge qualcosa che chiede un altro spazio, lo si dice e si distingue.

Serve anche a chi ha molti anni di lavoro?

Cambia l'oggetto, non la necessità. Con l'esperienza si portano meno domande su cosa fare e più interrogativi su ciò che si è smesso di vedere proprio perché si è diventati bravi. Il rischio del mestiere, dopo molti anni, non è l'incompetenza: è l'automatismo.

Anche con un orientamento diverso dal tuo?

Sì. Non c'è nessun modello da adottare al posto del proprio: si lavora sul caso con gli strumenti di chi lo porta, e il mio contributo è una posizione diversa da cui guardarlo.

Dott. Alberto Del Bove — Psicologo Psicoterapeuta, iscritto all'Ordine degli Psicologi del Lazio n. 23754 dal 2018. Specializzazione quadriennale in Psicoterapia Psicoanalitica (SPS, Roma, 2022); MSc in Strategic Human Resource Management. Ultima revisione: 4 agosto 2026.