Percorsi per due

Terapia di coppia

C'è una cosa che conviene chiarire prima di tutto, perché cambia il senso di quello che segue: in una terapia di coppia il paziente non è nessuno dei due. È quello che succede fra voi.

Sembra una sottigliezza e invece è tutto. Significa che non sto lì a stabilire chi ha ragione, e nemmeno a fare da arbitro gentile che distribuisce turni di parola. Significa che guardiamo insieme un terzo oggetto — il modo in cui vi parlate, il copione che si ripete, quello che ciascuno chiede all'altro senza dirlo — e che quell'oggetto è di entrambi.

Quando ha senso venire in due

Non esiste una soglia di gravità da superare per avere diritto a chiedere aiuto. Il segnale più affidabile è un altro, ed è molto più ordinario: le stesse discussioni tornano identiche. Cambia l'occasione — i soldi, i suoceri, chi ha caricato la lavastoviglie — ma il copione è sempre quello, e arrivati a un certo punto sapete entrambi come finirà prima ancora di cominciare.

Quando succede, di solito non è per mancanza di buona volontà. È che ognuno dei due sta difendendo qualcosa a cui non riesce a dare un nome, e finché quella cosa resta senza nome la discussione non può che ripetersi. In pratica si vede così: uno alza la voce e l'altro si chiude, e più uno alza la voce più l'altro si chiude, e più l'altro si chiude più il primo alza la voce. Nessuno dei due sta sbagliando di proposito. Sono dentro un ingranaggio.

Altre volte l'occasione è un evento preciso: un tradimento, la nascita di un figlio, una malattia, un trasferimento, la fine di un lavoro. Non sono di per sé problemi da terapia — sono passaggi che chiedono di riorganizzare un equilibrio, e a volte l'equilibrio nuovo non si trova da soli.

Come si lavora sulla domanda della coppia

Il mio metodo si chiama analisi della domanda, e in una coppia mostra il suo lato più interessante: quasi mai le due persone stanno chiedendo la stessa cosa. Uno vuole essere capito, l'altro vuole che smetta di succedere. Uno chiede una decisione, l'altro chiede tempo. Entrambi diranno «vogliamo stare meglio», ed è vero, ma sotto quella frase ci sono due richieste diverse che non si sono mai incontrate.

Il primo lavoro è quindi metterle a fuoco. Non per stabilire quale sia più legittima — lo sono entrambe — ma perché finché restano implicite ognuno risponde alla domanda sbagliata dell'altro, e poi si sorprende che l'altro non sia soddisfatto.

In seduta questo significa parlare fra voi, non con me in mezzo. Il mio compito non è raccogliere due versioni e produrre una sintesi: è farvi vedere quello che succede mentre succede. Spesso il momento più utile di una seduta è quando si interrompe qualcosa a metà per chiedere: cosa è appena cambiato?

E se a un certo punto uno dei due sente che sto dando ragione all'altro, quella sensazione va detta. Non è un incidente da evitare: è esattamente il genere di cosa che nella vita di tutti i giorni resta un sospetto silenzioso, e che qui possiamo finalmente guardare.

Durata e frequenza

Si comincia con alcuni colloqui di consultazione — di solito tre o quattro — che servono a capire di cosa si tratta e se ha senso proseguire. Alla fine di quelli ci diciamo apertamente cosa ho capito e cosa proporrei. Può anche essere che la proposta non sia una terapia di coppia: succede, e sarebbe scorretto tacerlo per non perdere un paziente.

Se si prosegue, la frequenza abituale è quindicinale, con sedute più lunghe di quelle individuali. La cadenza a due settimane non è un risparmio: serve a dare tempo a quello che si muove in seduta di essere messo alla prova nella vita reale, che è dove la coppia esiste davvero.

Sulla durata complessiva non do numeri che non posso mantenere. Alcuni percorsi si chiudono in pochi mesi perché servivano a decidere qualcosa; altri durano più a lungo. Quello che facciamo è rivederlo insieme di tanto in tanto, invece di lasciare che vada avanti per inerzia.

Se uno dei due non vuole venire

È la situazione più frequente fra chi mi scrive, e merita una risposta onesta invece che rassicurante.

Una terapia di coppia con una persona sola non esiste. Chiamarla così sarebbe scorretto verso di te e verso chi non c'è. Quello che si può fare — ed è una cosa diversa, non un ripiego — è un percorso individuale sulla relazione: si lavora su cosa succede a te dentro quel legame, su cosa continui a chiedere e a chi lo stai chiedendo davvero. Non è poco. Le relazioni sono sistemi, e quando una parte del sistema cambia posizione qualcosa si muove anche nell'altra.

Un'avvertenza però ci vuole, e la dico chiaramente: quel percorso non va iniziato con l'obiettivo segreto di far cambiare l'altro. Se il punto di partenza è «vengo io così poi lui capisce», il lavoro nasce storto.

Vale anche la pena chiedersi cosa significhi quel rifiuto. Quasi mai vuol dire disinteresse. Molto più spesso vuol dire paura di essere messo sotto accusa davanti a un estraneo — ed è una paura ragionevole, che a volte si scioglie sapendo che nessuno andrà lì a stabilire chi ha torto.

Costi e primo colloquio

L'onorario delle sedute di coppia, la loro durata e le regole sulle disdette te li dico esplicitamente prima che prendiate qualunque impegno. Sono cose che è giusto sapere in anticipo, non scoprire strada facendo. Le prestazioni sono detraibili come spese sanitarie e ricevete regolare fattura.

Si lavora online oppure in studio a Itri, in provincia di Latina. Per le coppie che vivono in due città diverse — o in due paesi diversi — l'online è spesso l'unica soluzione praticabile, e funziona: l'unica accortezza è che ciascuno abbia una stanza in cui poter parlare liberamente.

Per cominciare basta scrivermi. Può farlo uno dei due: al primo colloquio, però, vi chiedo di esserci entrambi.

Domande frequenti

Quando è il momento giusto per cominciare?

Non c'è una soglia di gravità da superare. Il momento utile è quando le stesse discussioni tornano identiche e nessuno dei due riesce più a farsi ascoltare. Aspettare che peggiori per «meritarsi» un aiuto è il modo più comune di arrivare tardi.

Il terapeuta prende le parti di qualcuno?

No — e non perché sia neutrale, ma perché il cliente non è nessuno dei due: è la relazione. Se in seduta uno dei due sente il contrario, quella sensazione diventa materiale di lavoro.

La terapia di coppia serve a restare insieme?

Serve a capire cosa sta succedendo fra due persone. A volte l'esito è ritrovarsi, a volte è separarsi in un modo meno distruttivo — e anche quello è un buon esito. Un terapeuta che promette di salvare la coppia sta promettendo qualcosa che non è suo da promettere.

Si può fare anche a distanza, se viviamo in due città?

Sì, e per molte coppie è l'unica strada praticabile. Serve che ciascuno abbia una stanza in cui poter parlare liberamente: è la condizione minima, e va verificata prima di cominciare.

Dott. Alberto Del Bove — Psicologo Psicoterapeuta, iscritto all'Ordine degli Psicologi del Lazio n. 23754 dal 2018. Specializzazione quadriennale in Psicoterapia Psicoanalitica (SPS, Roma, 2022).

Ultima revisione di questa pagina: 4 agosto 2026.

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