Capire cosa succede

Depressione

Conviene stabilire subito un punto che regge tutto il resto della pagina, e cioè che la depressione non è una quantità maggiore di tristezza ma un'altra cosa, con una logica sua. La tristezza è viva, si muove e ha un oggetto, perché si è tristi per qualcosa. La depressione invece spegne, e spesso spegne anche la tristezza stessa, tanto che molte persone più che un dolore descrivono un niente.

La distinzione non è un cavillo da manuale, perché la maggior parte dei consigli che circolano parte dall'idea sbagliata che basti distrarsi, come funzionerebbe con la tristezza. È il motivo per cui «esci, vedi gente, fai sport», detto a chi è depresso, non suona come un aiuto ma come l'ennesima prova di non farcela in una cosa che per tutti gli altri è facile.

Come si riconosce

Più che da un sintomo isolato, si riconosce da un quadro che dura, fatto di settimane in cui l'umore resta basso quasi tutti i giorni e in cui le cose che prima davano piacere non ne danno più. Questa seconda parte ha un nome tecnico, anedonia, ed è il segnale più specifico di tutti. Vuol dire che la musica che ti piaceva la senti come rumore, che il piatto preferito ha il sapore di qualunque altro, che la persona che ami la riconosci ma non la senti.

Intorno a questo nucleo ruotano segnali che sembrano scollegati e non lo sono, come il sonno che si rompe, di solito con risvegli alle quattro e l'impossibilità di riprendere, l'appetito che sparisce o raddoppia, una stanchezza che il riposo non ricarica, la fatica a concentrarsi su una pagina o su una riunione, la lentezza oppure il suo contrario, un'agitazione che non trova dove scaricarsi. E poi il pensiero, che gira sempre negli stessi solchi del sentirsi un peso, della colpa e della convinzione che non cambierà nulla.

C'è poi una forma che sfugge quasi sempre ed è frequente negli uomini adulti, la depressione che invece della tristezza mostra irritabilità. È l'uomo che sbotta per niente, che si chiude, che lavora dodici ore al giorno perché fermarsi è insopportabile e che beve un po' più di prima. Da fuori lo si legge come un carattere che peggiora, e vale la pena chiedersi se non sia altro.

Non è pigrizia, e non è debolezza di carattere

Chi è depresso questa frase se la sente dire poco e se la dice moltissimo, ed è il rimprovero interno più comune, quello per cui gli altri hanno problemi veri, io non ho scuse. Conviene smontarlo con precisione, perché quello che segue è un fatto clinico più che una consolazione. In una depressione si guasta proprio la funzione che servirebbe per reagire, cioè l'energia, l'iniziativa e la capacità di anticipare che una cosa possa dare piacere, e chiedere a una persona depressa di reagire è come chiedere a chi ha una gamba rotta di correre più forte per rimettersi in sesto.

C'è una tensione da tenere aperta invece di scioglierla in fretta. Da un lato la depressione ha una dimensione biologica documentata, che rende falso dire che è «tutto nella testa», e le forme più gravi richiedono un intervento medico come qualunque altra condizione seria. Dall'altro non è nemmeno un guasto puramente chimico piovuto dal cielo, perché arriva a una persona precisa, in un momento preciso della sua vita e dentro relazioni precise. Per questo gli approcci che promettono una spiegazione sola, qualunque essa sia, di solito deludono.

«Non ho motivi per stare così»

È la frase che sento più spesso, e quasi sempre viene detta come un'accusa a sé stessi, perché il lavoro, la casa e gli affetti sembrano a posto e allora il problema, si conclude, devo essere io. Eppure un elenco di fatti non dice niente su che cosa quei fatti significhino per chi li vive. Si può avere il lavoro che si è inseguito per dieci anni e scoprire, senza poterlo ammettere, che non era quello, oppure avere una famiglia che si ama e non riuscire più a dire una cosa vera dentro quella casa.

Nell'approccio in cui mi sono formato, l'Analisi della Domanda, questo è il punto in cui il lavoro comincia davvero. Non si cerca un colpevole nel passato e non si va a scovare un trauma nascosto come in un giallo, ci si fa una domanda molto più semplice e molto più scomoda, cioè che cosa si è spento, e quando. La depressione arriva spessissimo dopo una perdita che non è stata riconosciuta come tale, e non soltanto un lutto, ma anche la fine di un'idea di sé, un ruolo che salta, un figlio che se ne va, una promessa che ci si era fatti a vent'anni e che a quaranta non si può più mantenere.

In stanza, tutto questo assomiglia poco all'immagine che si ha della terapia, perché al posto di un'indagine sull'infanzia c'è la ricostruzione paziente di un periodo, di che cosa stava succedendo nei mesi in cui ha cominciato, di chi c'era, di che cosa hai smesso di fare per primo. Di solito le risposte non le sai già, e si trovano parlando.

Cosa aiuta, e cosa aiuta meno

Nessuna di queste indicazioni è una cura, e non voglio venderla come tale. Sono cose che, nell'esperienza clinica, fanno differenza mentre si costruisce un percorso.

  • Far valutare il corpo, una volta. Alcune condizioni mediche, come un problema alla tiroide, una carenza, un farmaco in corso o un disturbo del sonno, danno un quadro che somiglia molto a una depressione. Escluderle con il medico di base è il primo passo, e non un modo per rimandare.

  • Abbassare l'asticella invece di alzarla. L'errore più comune è fissarsi obiettivi da persona non depressa e fallirli, aggiungendo colpa alla colpa. Meglio una cosa sola al giorno, scelta perché è possibile, come alzarsi alla stessa ora, uscire di casa per dieci minuti o fare una telefonata.

  • Dirlo a una persona. Ne basta una, non serve dirlo a tutti, e conta perché l'isolamento è insieme sintomo e carburante, dal momento che la depressione convince che si sia un peso e quella convinzione fa allontanare proprio chi potrebbe alleggerire.

  • Non trattare i farmaci come una resa. La decisione spetta a un medico e dipende dalla gravità. Quando sono indicati, spesso restituiscono l'energia minima senza la quale il lavoro psicologico non è nemmeno possibile, e così invece di sostituirlo lo rendono praticabile.

Aiuta meno, invece, quasi tutto ciò che chiede uno sforzo di volontà come punto di partenza. Aiuta poco anche l'idea, molto diffusa, che basti «pensare positivo», perché la depressione non è un errore di ragionamento da correggere, e trattarla così aggiunge soltanto la sensazione di sbagliare pure a soffrire.

Come si lavora in un percorso

Il primo colloquio non serve a incasellarti in una diagnosi, ma a capire quanto pesa adesso quello che stai vivendo e da dove viene. Dalla prima risposta dipendono l'urgenza e l'eventuale coinvolgimento di un collega medico, dalla seconda il lavoro vero, che di solito procede su due binari insieme.

Il primo binario riguarda il presente, e cioè restituire una struttura minima alle giornate, ridurre l'isolamento e smontare pezzo per pezzo il tribunale interno che tiene la colpa in circolo. Il secondo riguarda il senso, che cosa si è rotto, in quali relazioni, e che cosa quella depressione stia tenendo insieme. Capita più spesso di quanto si creda che spegnersi sia stato l'unico modo disponibile per non fare una cosa che sembrava impossibile, come arrabbiarsi con qualcuno che si ama, lasciare un posto o ammettere un desiderio che non era previsto.

Non ti prometto che un percorso faccia sparire la depressione, perché nessuno può prometterlo onestamente. Posso dirti quello che vedo accadere, cioè che quando quel dolore trova delle parole smette di doversi manifestare solo come spegnimento. Alla fine l'obiettivo non è tornare esattamente la persona di prima, ma capire perché quella persona lì, a un certo punto, non ha più potuto continuare.

Quando non aspettare

Ci sono situazioni in cui non ha senso valutare con calma se sia il caso di chiedere aiuto, perché il momento è adesso. Se pensi di farti del male, se stai organizzando come, o se ti accorgi che l'idea di non esserci più ha smesso di spaventarti, parlane subito con qualcuno.

  • Emergenze: 112, oppure il pronto soccorso più vicino.
  • Telefono Amico Italia: 02 2327 2327, tutti i giorni.

Chiamare non impegna a niente e non fa scattare nulla di automatico. Serve soltanto a non restare da solo con quel pensiero nell'ora in cui è più forte.

Se vuoi parlarne

Il primo colloquio serve a capire insieme di cosa si tratta e se ha senso proseguire, online o in studio a Itri. Non avvia in automatico un percorso, e ti dà gli elementi per decidere con cognizione di causa. Se in questo momento scrivere ti sembra troppo, va bene anche una riga sola.

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Gratuito, 45 minuti, online o in studio a Itri. Basta il nome e un'email.

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Oppure: Come funziona online

Domande frequenti

È depressione o solo un periodo storto?

Più di quanto sia nera una singola giornata contano la durata e l'estensione. Un periodo storto lascia delle isole di sollievo, mentre la depressione tende a spegnerle tutte, e se il dubbio ti accompagna da più di due settimane è una domanda che merita un professionista.

Passa da sola?

Alcuni episodi si risolvono anche senza intervento, ma aspettare costa il tempo di vita che passa nel frattempo, e un episodio non affrontato rende più probabile il successivo. Chiedere aiuto non fa saltare la fatica, ma permette di non attraversarla da solo.

Servono i farmaci?

La decisione spetta a un medico, di norma uno psichiatra. Nelle forme moderate e gravi farmaci e psicoterapia lavorano bene insieme, perché il farmaco può restituire l'energia minima per fare il lavoro psicologico, che a sua volta si occupa di ciò che il farmaco non tocca.

Perché mi sento in colpa, se non ho motivi?

Perché la depressione attacca proprio la capacità di riconoscere le proprie ragioni. La colpa di stare male senza «motivi validi» è uno dei sintomi più frequenti, non una prova che tu stia esagerando.

Quanto dura un percorso?

Non esiste una durata standard che sia onesto dichiarare in anticipo. I primi cambiamenti concreti, sul sonno e sull'energia, arrivano spesso entro qualche mese, mentre il lavoro sulle ragioni richiede più tempo. Se ne riparla lungo il percorso, invece di fissare una scadenza il primo giorno.

Dott. Alberto Del Bove, Psicologo Psicoterapeuta, iscritto all'Ordine degli Psicologi del Lazio n. 23754 dal 2018. Specializzazione quadriennale in Psicoterapia Psicoanalitica (SPS, Roma, 2022).

Ultima revisione di questa pagina: 10 settembre 2026.

Questa pagina ha finalità informative e non sostituisce una valutazione clinica né una diagnosi. In caso di sofferenza acuta o pensieri di farti del male, rivolgiti al pronto soccorso, chiama il 112 o il Telefono Amico 02 2327 2327.