Capire cosa succede

Ansia e attacchi di panico

Conviene cominciare dalla cosa che più spesso manca a chi cerca informazioni su questo tema, cioè che un attacco di panico non è il segnale che stai impazzendo e nemmeno un difetto di carattere. Somiglia piuttosto a un sistema d'allarme che parte a pieno regime quando non c'è nessun incendio.

Saperlo non lo rende meno spaventoso, perché chi lo attraversa è convinto, mentre accade, di stare per morire o per perdere il controllo, e quella convinzione fa parte del fenomeno invece di essere un'esagerazione di chi la racconta. Capire come funziona non lo fa sparire, ma toglie all'esperienza una parte del suo potere.

Che cos'è un attacco di panico

È un'ondata di paura intensa che raggiunge il picco in fretta, di solito entro dieci minuti, e che porta con sé un corteo di sensazioni fisiche molto concrete come il cuore che accelera, il fiato corto, il senso di soffocamento, il sudore, il tremore, i formicolii, le vertigini e la nausea. Quasi sempre vi si aggiunge una componente mentale, la sensazione di non essere del tutto reali, o che non lo sia il mondo intorno, insieme alla certezza che stia per accadere qualcosa di catastrofico.

Quello che accade nel corpo è, paradossalmente, un meccanismo che funziona benissimo. L'organismo si prepara a fuggire o a combattere, e così il cuore pompa più sangue ai muscoli, il respiro accelera per portare più ossigeno e i sensi si acuiscono, secondo lo stesso programma che per millenni ci ha tenuti vivi davanti a un pericolo. Il guaio sta nel fatto che si accende quando non serve.

Da lì nasce il circolo che rende la faccenda così tenace, perché le sensazioni fisiche spaventano, la paura le amplifica e l'amplificazione conferma che sta succedendo qualcosa di grave. Molte persone, dopo il primo episodio, cominciano a controllare il battito e il respiro e a chiedersi se stia per ricominciare, senza accorgersi che quella sorveglianza continua diventa a sua volta carburante.

Perché arriva «senza motivo»

La frase che sento più spesso è è arrivato dal nulla, stavo benissimo, e quasi sempre è vera nel modo in cui viene detta, perché non c'era nessuna minaccia visibile né un evento che la giustificasse.

Eppure «senza motivo» e «senza un motivo riconoscibile in quel momento» sono due cose diverse, e la distinzione conta, non perché ci sia una causa nascosta da scovare come in un giallo, ma perché sposta la domanda da che cosa ho che non va a che cosa stava succedendo, nella mia vita, quando questo ha cominciato ad accadere.

Quando si guarda con calma, il primo episodio quasi mai capita in un periodo qualunque. Di solito arriva mentre si sta reggendo qualcosa, che sia un lavoro che chiede più di quanto si possa dare, una relazione in cui non si riesce a dire di no, un lutto che non si è potuto attraversare o una decisione rimandata da mesi. Spesso, in quel periodo, la persona stava reggendo bene, ed è proprio questo il punto.

C'è qui una tensione da tenere aperta senza scioglierla. Il panico ha una base biologica reale, e dire che è "tutto nella testa" sarebbe falso e offensivo, ma ha anche una storia, che è altrettanto reale. Non è né solo corpo né solo biografia, ed è la ragione per cui gli approcci che promettono una spiegazione sola, qualunque essa sia, di solito deludono.

Cosa fare nel momento

Nessuna di queste indicazioni è una cura, e non voglio venderle come tale. Sono modi per attraversare un episodio con un po' meno danno, e funzionano meglio se ci si è pensato prima invece che mentre sta accadendo.

  • Rallenta l'espirazione, non l'inspirazione. Durante un attacco si iperventila, e l'iperventilazione peggiora vertigini e formicolii. Provare a "respirare profondamente" spesso peggiora le cose; allungare invece il tempo in cui butti fuori l'aria, fino a renderlo più lungo di quello in cui la prendi, aiuta il corpo a rientrare.

  • Àncorati a qualcosa di esterno. Nominare mentalmente cinque oggetti che vedi, o sentire i piedi appoggiati a terra, sposta l'attenzione dal monitoraggio interno, che è il carburante, a ciò che ti circonda.

  • Ricordati che ha una fine. Il picco rientra, perché nessun attacco di panico dura per sempre, per quanto mentre accade sembri il contrario. Dirselo non lo accorcia, ma toglie l'idea che si stia entrando in qualcosa da cui non si esce.

  • Non scappare, se puoi restare. Uscire immediatamente dal supermercato dà sollievo sul momento e insegna al sistema d'allarme che quel posto era davvero pericoloso. È così che l'elenco dei luoghi da evitare si allunga.

Se è la prima volta che compaiono sintomi come dolore al petto, fiato corto o battito irregolare, falli valutare da un medico. Attribuire all'ansia qualcosa che non è stato escluso clinicamente non è prudente, e sapere che il cuore sta bene toglie peso anche agli episodi successivi.

Quando l'ansia chiede un percorso

Il criterio più utile, più del numero di episodi che hai avuto, è quanto spazio stai cedendo.

Quando cominci a scegliere il tavolo vicino all'uscita, a evitare l'autostrada, a non prendere più la metropolitana, a rinunciare a un invito perché non sai come starai, l'ansia ha smesso di essere un episodio e ha cominciato a organizzare la tua vita. Spesso questo passaggio avviene lentamente e senza che nessuno lo dichiari, perché prende il nome di "non mi va", e solo dopo mesi ci si accorge di quanto il perimetro si sia stretto.

Ci sono altri segnali da prendere sul serio, come l'ansia anticipatoria che occupa le giornate fra un episodio e l'altro, il sonno che si rompe, il bisogno di avere sempre qualcuno accanto o l'uso di alcolici e di farmaci presi di propria iniziativa per tenere a bada la paura.

Sull'eventuale terapia farmacologica decide un medico, di solito uno psichiatra, e in molte situazioni farmaci e psicoterapia lavorano bene insieme, senza che si debba scegliere una squadra.

Come la si legge in chiave psicodinamica

Qui sta la differenza fra ridurre un sintomo e capirlo, e conviene dire con chiarezza che cosa comporta.

Un approccio che lavora sul sintomo insegna a gestire l'attacco, a esporsi gradualmente alle situazioni evitate, a riconoscere i pensieri che alimentano il circolo, e sono strumenti utili che non ho nessuna intenzione di sminuire. Il lavoro psicodinamico vi aggiunge una domanda diversa, cioè di che cosa è il segnale.

Perché il panico, molto spesso, compare in persone che hanno una notevole capacità di reggere. Persone che non si lamentano, che fanno quello che va fatto e che a una domanda su come stanno rispondono "bene, dai". In quelle storie il corpo finisce per dire ciò che alla parola non è stato concesso, che è troppo, che si vorrebbe smettere, che c'è una rabbia o un desiderio che non si è potuto ammettere nemmeno a sé stessi. Lo dico senza voler fare poesia, perché è quello che si vede quando si dà tempo a una storia di essere raccontata.

Non ti prometto che capire faccia sparire il panico, perché non funziona così e chi lo promette sta vendendo qualcosa. Posso dirti però quello che succede spesso, e cioè che quando quel segnale trova finalmente delle parole smette di dover gridare così forte.

Se vuoi parlarne

Il primo colloquio, online o in studio a Itri, serve a capire insieme di che cosa si tratta e se ha senso proseguire. Non avvia in automatico un percorso, e ti dà gli elementi per decidere con cognizione di causa.

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Domande frequenti

Un attacco di panico è pericoloso?

È terrificante da attraversare, ma di per sé non è pericoloso per il corpo, il che non lo rende meno reale né meno faticoso. Se i sintomi fisici compaiono per la prima volta, però, falli valutare da un medico prima di attribuirli all'ansia.

Quanto dura?

Il picco si raggiunge di solito entro dieci minuti e rientra nell'arco di venti o trenta. La coda di stanchezza e di allerta può durare molto più a lungo, ed è la parte di cui si parla meno.

L'ansia si può affrontare senza farmaci?

La scelta sull'eventuale terapia farmacologica spetta a un medico, e in molte situazioni farmaci e psicoterapia lavorano bene insieme. Un percorso psicologico affronta una domanda diversa, che oltre a ridurre il sintomo prova a capire di che cosa sia il segnale.

Quando è il caso di chiedere aiuto?

Un segnale più affidabile del numero di episodi è quanto spazio stai cedendo, perché se cominci a evitare luoghi, mezzi o situazioni per paura che accada di nuovo l'ansia sta già organizzando la tua vita al posto tuo.

Dott. Alberto Del Bove, Psicologo Psicoterapeuta, iscritto all'Ordine degli Psicologi del Lazio n. 23754 dal 2018. Specializzazione quadriennale in Psicoterapia Psicoanalitica (SPS, Roma, 2022).

Ultima revisione di questa pagina: 4 agosto 2026.

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